venerdì 4 maggio 2012
Neurotipico a chi?!
Chi, per il gioco del caso, si trova ad affrontare disturbi legati alla neurodiversità, e tuttavia ha la fortuna di gestirne le forme meno invalidanti, può facilmente capire come questa neurodiversità riesca a essere anche affascinante (molto spesso mi ritrovo a pensare a *come* vede e sente il mondo Michele. In che modo percepisce gli stimoli? Come li decodifica? ).
Se si riesce a guardare dentro l'abisso della mente stando appena in superficie, coi tentacoli del mostro che ti sfiorano appena, senza farti affondare.
Entrare in quest'ottica rende evidente la labilità del confine tra "normale" e "diverso" .
O almeno dovrebbe.
Ma cosa capita quando il mostro non si trova in fondo all'abisso ma fuori? Quando i tentacoli sono la società ignorante e spaventata dalla diversità?
Eppure ognuno di noi è a modo proprio un neurodiverso, che deve per necessità omologarsi per stare dentro "il flusso". Se ti discosti sei fuori, sei un malato.
Un anno fa mi sono trovata nella lacerante condizione di prendere atto del fatto che mio figlio fosse un neurodiverso. Ho dovuto compiere un doloroso percorso di elaborazione per capire che il favore più grande che potessi fargli,l'aiuto più importante, è essere orgogliosa di come è. Aiutarlo certo nelle difficoltà, ma capirlo profondamente. Fino a capire che, nella società odierna, personalmente trovo che essere neurodiversi non sia l'insulto,ma semmai lo è la "normalità".
Ecco perchè a un anno di distanza,parlando di me stessa, non posso che dire : "neurotipico a chi?!"
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