venerdì 4 maggio 2012
Neurotipico a chi?!
Chi, per il gioco del caso, si trova ad affrontare disturbi legati alla neurodiversità, e tuttavia ha la fortuna di gestirne le forme meno invalidanti, può facilmente capire come questa neurodiversità riesca a essere anche affascinante (molto spesso mi ritrovo a pensare a *come* vede e sente il mondo Michele. In che modo percepisce gli stimoli? Come li decodifica? ).
Se si riesce a guardare dentro l'abisso della mente stando appena in superficie, coi tentacoli del mostro che ti sfiorano appena, senza farti affondare.
Entrare in quest'ottica rende evidente la labilità del confine tra "normale" e "diverso" .
O almeno dovrebbe.
Ma cosa capita quando il mostro non si trova in fondo all'abisso ma fuori? Quando i tentacoli sono la società ignorante e spaventata dalla diversità?
Eppure ognuno di noi è a modo proprio un neurodiverso, che deve per necessità omologarsi per stare dentro "il flusso". Se ti discosti sei fuori, sei un malato.
Un anno fa mi sono trovata nella lacerante condizione di prendere atto del fatto che mio figlio fosse un neurodiverso. Ho dovuto compiere un doloroso percorso di elaborazione per capire che il favore più grande che potessi fargli,l'aiuto più importante, è essere orgogliosa di come è. Aiutarlo certo nelle difficoltà, ma capirlo profondamente. Fino a capire che, nella società odierna, personalmente trovo che essere neurodiversi non sia l'insulto,ma semmai lo è la "normalità".
Ecco perchè a un anno di distanza,parlando di me stessa, non posso che dire : "neurotipico a chi?!"
giovedì 19 gennaio 2012
Shadow boxing
Stasera ennesimo incontro con l'assistente sociale. So che sarebbe opportuno chiamarlo *round* , ma voglio mantenere almeno una facciata di diplomazia.Sono profondamente incazzata con le istituzioni, il continuo scaricabarile per cui la responsabilità non è mai propria,o del proprio ufficio. "Hanno tagliato i fondi" è diventato il loro mantra.
Il risultato - ovvio - è che Michele non ha ancora sostegno scolastico, nè una educatrice specializzata ( in entrambi i casi è un suo diritto averli ). Fremo di rabbia,io e le splendide maestre che se ne occupano. Penso al tempo perso, al recupero che potrebbe avere in un ambiente strutturato e sociale come la scuola. Opportunità che scivolano come la sabbia dalle mani.
È davvero come combattere la propria ombra, una lotta continua contro il disturbo e chi non fa nulla per aiutarti. Come recuperare gocce d'acqua da un pozzo asciutto, quando ti accorgi che non puoi fare nulla,passi oltre. E allora scavalchi. Dal dirigente scolastico passi al rettorato. Se l'assistente sociale resta immobile proviamo col sindaco. E così via,con un carico di stress enorme. E senza grandi risultati.
Intanto infilo i guantoni. Non getterò la spugna facilmente.
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